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ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA “EDUCARE PER”

 RIVISTA E ORGANO UFFICIALE DELL’A.N.E.P.

ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI EDUCAZIONE PRENATALE

N. 1 anno 2001

 

LA RELAZIONE PSICOEDUCATIVA E IL RUOLO DI SENTIMENTI ED EMOZIONI

 

I modi di relazionarci di noi adulti nei confronti di bambini e ragazzi sono quanto mai vari e diversificati, ciò può dipendere dalle nostre diverse convinzioni in fatto di educazione e, in generale, dal modo di essere specifico di ognuno di noi.

In questo articolo si avrà l’occasione di considerare l’azione educativa quando essa è caratterizzata dall’utilizzo massiccio del potere e dell’autorità. Vedremo come possono sentirsi dentro di loro, a livello emotivo, i bambini e i ragazzi e quali possono essere le loro possibili reazioni quando facciamo ricorso al condizionamento dei loro comportamenti, quando tendiamo in particolare:

 

a)     a comandare ed esigere che facciano quello che noi sentiamo giusto per loro;

b)    a minacciare;

c)     a criticare;

d)    a umiliare;

e)     a prendere in giro, ridicolizzare;

f)      a eludere, fare del sarcasmo, incitare a cambiare argomento.

 

Il modello al quale si ispira e fa riferimento il presente lavoro è, in generale, la psicologia umanistica e, nello specifico, la teoria rogersiana nei suoi ultimi sviluppi e applicazioni (1). Tale impostazione è caratterizzata da un profondo rispetto e accettazione dei bisogni dei bambini e dei ragazzi con i quali l’adulto adotta modalità comunicative non direttive e agisce come facilitatore e catalizzatore della comunicazione allo scopo di instaurare con loro un clima sereno.

Seguirà un successivo paragrafo dove si avrà modo di riferire un’alternativa all’uso del potere.

 

Comandare ed esigere

 

Sul piano di realtà, se noi insistiamo con le nostre richieste affinché bambini e ragazzi si adeguino, essi, se sono in disaccordo, potranno sentire, a livello interiore, non rispettate le loro esigenze, i loro problemi, i loro bisogni. Potranno avvertire che noi possiamo considerare poco importanti i loro desideri e le loro aspirazioni. Essi potranno, in generale, sentirsi giudicati e colpiti nei sentimenti più profondi e sentirsi colpevoli, impauriti, inadeguati, feriti. Potranno provare risentimento, rabbia, ostilità odio, vergogna, imbarazzo.

Un bambino continuamente diretto e comandato dall’adulto potrà, nello specifico, sentirsi impaurito, inadeguato e provare rabbia, odio, risentimento. Egli, allora, potrà esprimere questi vissuti emotivi attraverso comportamenti aggressivi o piuttosto attraverso atteggiamenti passivi di chiusura in cui i suoi veri sentimenti potranno anche rimanere nascosti a se stesso.

Potrà ribellarsi e attivare comportamenti del tipo “bastian contrario”, potrà opporsi, ma potrà anche adeguarsi alle esigenze di noi adulti conformandovisi a costo di reprimere i propri bisogni.

Attraverso l’aggressività, o comunque con comportamenti apertamente ostili, egli potrà comunicare il suo disappunto, il suo risentimento in riferimento alle nostre direttive; lo stesso potrà dirsi per gli atteggiamenti che doverssero denotare chiusura.

 

Minacciare

 

Se noi diciamo ad un bambino: “Ti ho detto di smetterla di piangere, se continui ancora ti faccio vedere quel che ti succede!”, ci dobbiamo chiedere quante possibilità abbiamo che egli esaudisca il nostro bisogno di vederlo tranquillo e quale prezzo egli dovrà pagare se dovesse scegliere di sottomettersi a noi.

Se il pianto del bambino è legato ad un profondo sentimento di frustrazione, egli potrà anche reagire con rabbia, ma non è escluso che egli possa davvero smettere di piangere bloccando l’espressione dei suoi sentimenti magari per paura della punizione.

In questo caso il bambino potrà essere portato a vivere dentro di sé il dolore di non essere stato compreso dall’adulto, potrà accantonare la sua sofferenza e sminuirne il suo valore negando a se stesso l’evidenza e la portata dei propri sentimenti. A lungo andare questi vissuti emotivi, se sperimentati frequentemente, potranno anche agire in profondità strutturando nel bambino un carattere “perdente”.

Peraltro, per smettere di piangere il bambino dell’esempio dovrà inibire l’espressione della propria emozione covando dentro di sé sentimenti ostili molto vicini all’odio e tanta, tanta rabbia.

I bambini di tutte le epoche e di tutto il mondo sono, in modo naturale, portati a resistere, a difendere ciò che sentono giusto per loro anche ostinandosi con caparbietà quando sentono in qualche modo costrizione da parte degli adulti.

La psicoanalisi, fin dalle sue origini, ha affermato che se la paura di essere puniti è molto forte e se le frustrazioni subite in età infantile sono importanti, molti bambini potranno continuare ad essere arrendevoli e sottomessi anche in età adulta adeguandosi passivamente all’autorità, negando i propri bisogni e temendo l’espressione dei propri sentimenti.

Già dagli anni quaranta è stato visto, inoltre, che interventi autoritari da parte degli adulti possono sviluppare nei bambini scarse motivazioni personali riguardo ad attività di gruppo, possono favorire il conformismo, suscitare sentimenti di aggressività, inibire la creatività, in quanto l’uso del potere provoca anche la paura e la paura condiziona in modo negativo lo sviluppo della creatività (2).

Altri studi, in ambito psicodinamico, hanno appurato che le punizioni ripetute possono impedire ai bambini di avere un buon contatto con la realtà e condizionare negativamente lo sviluppo della fiducia (3). La psicologia clinica e la psicoterapia analitica bioenergetica hanno affermato che questi bambini tendono a fuggire ed evadere da realtà pesanti e troppo penose per loro attraverso la produzione di attività fantastiche, passività, apatia, regressione in comportamenti infantili, eccessiva visione della TV, aumento di malattie di ogni tipo, alimentazione eccessiva e compulsiva (4).

Piaget infine, ci ha dimostrato che l’uso del potere da parte di noi adulti potrà fornire a bambini e ragazzi anche, purtroppo, un modello da imitare (5). Non è raro infatti vedere bambini che nei loro giochi vogliono essere sempre detentori, in qualche modo, del potere e fanno di tutto pur di impadronirsene.

Da numerosi trattamenti psicologico-clinici ad orientamento psicodinamico è emerso che questi bambini possono non sentirsi soddisfatti e all’altezza delle loro aspettative se non riescono nei loro intenti competitivi. Essi potranno anche sentirsi continuamente messi di fronte alle responsabilità di realizzare i loro progetti intimi e potranno provare terrore di non riuscire poiché, se questo dovesse accadere, potrebbe crollare il senso della fiducia che hanno riposto in loro stessi.

 

Criticare

 

Le critiche e i giudizi negativi possono far sentire i bambini e i ragazzi inadeguati, inferiori, indesiderati, indegni e possono provocare critiche di ritorno; spesso essi possono essere portati a reagire con rabbia e odio verso gli adulti quando questi insistono nelle loro richieste (6).

In particolare, i bambini piccoli ancora non posseggono la capacità di valutare se stessi e il proprio modo di agire; essi vanno costruendo il loro sé nell’interazione con l’ambiente  e quindi questo tipo di interventi possono ledere e ridurre la loro autostima incidendo negativamente sul giudizio di sé e comportando un altissimo rischio di inquinare la relazione.

Se poi consideriamo che un bambino con un basso livello di autostima potrà essere un adulto insicuro e con problemi emotivi potremmo ricavare l’alta patogenicità di questi interventi da parte di noi adulti.

Se inoltre i bambini vengono frequentemente valutati e criticati in modo negativo essi possono essere portati a pensare veramente di essere dei buoni a nulla, possono sentirsi inadeguati, inferiori, incompresi, insicuri. E’ importante, allora, che gli adulti esaminino il proprio modo di comunicare con i bambini perché la loro efficacia di educatori dipende in larga misura da ciò.

Alcuni ragazzi si ribellano facendo esattamente il contrario di quanto viene loro richiesto, altri preferiscono obbedire e sottomettersi covando però dentro di loro risentimento e rancore.

 

Umiliare

 

Ho visto un giorno un’insegnante umiliare profondamente una sua alunna. La parola da lei pronunciata con tono imperioso e sprezzante fu: “Vergognati!”, dopo che la bambina, inavvertitamente, aveva fatto cadere un bicchiere dalla scrivania.

Ricordo ancora adesso l’espressione di umiliazione dipinta sul volto della piccola, la sua profonda frustrazione e l’enorme, indicibile suo disagio per l’accaduto.

In generale, una bambina umiliata può sentire dentro di sé di essere una stupida, un’incapace, può sentirsi indegna, cattiva e perfino non amata dall’adulto. Per questo ella può mettersi anche a piangere in modo disperato, può isolarsi; ma può anche opporsi – più raramente – contestando ciò che sente ingiusto.

Questi interventi possono avere effetti devastanti sull’opinione che i bambini sviluppano su di loro. P.Dupont, studioso francese, ha dimostrato che l’apprendimento dei contenuti disciplinari avviene in maniera significativa se nella classe esiste un buon clima emotivo e affettività positiva nell’interazione docente/discente (7).

 

Prendere in giro, ridicolizzare

 

Prendere in giro e ridicolizzare bambini e ragazzi, anche se si scherza, può offendere profondamente e ledere la loro autostima. Dire ad un bambino piccolo: “Sei buffissimo quando piangi!”, denota mancanza di sensibilità da parte dell’adulto e poco rispetto per il sentimento di dolore che egli può stare vivendo.

Di solito i bambini si sentono molto colpiti da questo tipo di interventi provando e manifestando rabbia verso l’adulto. A volte il loro pianto può aumentare poiché sentono di aver ricevuto una frustrazione aggiuntiva, nei casi estremi possono appartarsi per rompere la relazione con l’adulto.

Quando bambini e ragazzi sperimentano dentro di loro l’umiliazione e la presa in giro, è assai improbabile che essi possano cambiare atteggiamento se questo è richiesto da noi adulti; molto spesso succede che ignorino il messaggio che sentono ingiusto, ma possono anche bloccarsi e ammutolire, possono sentirsi inadeguati, colpevoli.

 

Incitare a cambiare argomento

 

Rivolgersi ad un bambino che sta vivendo dentro di sé un momento di difficoltà e dire: “Dai che piangi? Non è successo niente, non ci pensare, ora divertiti!”, può comunicargli che non siamo in condizione di riconoscere i suoi sentimenti, che vogliamo distoglierlo da quello che lui, invece, considera importante.

Il bambino in questa situazione potrà sentirsi poco capito, incompreso, poco considerato. C.Rogers ha avvertito che ogni rapporto umano, e specialmente nella relazione educativa, la congruenza, l’empatia, l’accettazione e la considerazione dell’altro facilitano ogni apprendimento che vuole diventare significativo (8).

Ma vediamo in dettaglio cosa può succedere in questa situazione: l’adulto cerca di distrarre il bambino dai sentimenti che sta vivendo, minimizzando la sua soffernza; egli vuole ottenere ascolto da lui ma si rende conto che se egli è preso dall’emozione del pianto non è in condizione per prestargli attenzione, allora, per raggiungere il suo obiettivo, deve, in qualche modo, cercare di convincerlo a negare la sua emozione o, quantomeno, a staccarsi da essa. Il bambino a questo punto potrebbe anche scegliere di adeguarsi alle richieste dell’adulto solo per soddisfare un bisogno non suo, in definitiva potrebbe conformarsi al volere dell’altro solo per compiacergli.

L’adulto che riesce a far accantonare ad un bambino, ad un ragazzo, un problema per questi importante, è un educatore che educa ad accantonare i problemi piuttosto che a risolverli! E la nevrosi si origina, appunto, dalla mancata risoluzione di problemi e conflitti.

Invece di permettere il contatto con il sentimento di delusione che il bambino sta vivendo al fine di tentare un approccio al suo problema, l’adulto di questo esempio cerca di allontanarlo dai “suoi pensieri” suggerendogli di impegnarsi in un’altra attività. Se il bambino, o il ragazzo, sta vivendo dentro di sé l’esperienza della sua incapacità, questo intervento non lo potrà aiutare di certo.

A livello comportamentale egli potrà, quindi, sottomettersi adeguandosi al volere dell’adulto, potrà tendere a negare di stare attraversando una difficoltà ma potrà anche ribellarsi o chiudersi in se stesso o, anche, mettere in azione un comportamento passivo-aggressivo dimostrandosi a livello esteriore alquanto remissivo ma covando rabbia e ribellione interiormente.

Inoltre, ripetuti interventi di questo tipo potranno far apprendere a bambini e ragazzi che essi debbono mettere da parte i loro problemi e distrarsi. Questi, poi, potranno  crescere con la convinzione che è opportuno negare i problemi anche a loro stessi piuttosto che tentare di risolverli.

E’ importante allora chiedersi, possibilmente prima di effettuare questi interventi, cosa i bambini possono provare, poiché è a partire dai loro sentimenti, dalle loro emozioni, da ciò che possono provare e sentire dentro di loro che struttureranno, poi il loro comportamento. Inoltre, la qualità della relazione che abbiamo con loro è fondamentale per conquistare un rapporto intenso e significativo per entrambi: essa deve, inequivocabilmente, tendere ad essere costruttiva e mai distruttiva!

Per i bambini piccoli la vita è caratterizzata soprattutto – contrariamente a quanto avviene in noi adulti – dal raggiungimento del piacere; il loro modo di rapportarsi alla realtà è prevalentemente istintivo e ciò fa parte della loro natura umana. Noi adulti, invece, viviamo nella nostra realtà nella quale “vorremmo portare” i bambini e non sempre ci rendiamo conto che per loro può essere estremamente faticoso e doloroso compiere questo passaggio: dal loro mondo incantato e piacevole, dove tutto può essere permesso e raggiunto, dovrebbero “spostarsi” e “venire” nel nostro mondo fatto oltre che di piaceri anche di regole, di obblighi, di doveri e di limitazioni. Questo passaggio, quindi, non può non essere senza difficoltà e può diventare ancora più difficoltoso se noi adulti facciamo ricorso al nostro potere e alla nostra autorità.

 

Un’alternativa all’uso del potere: l’ascolto

 

Per ascoltare bambini e ragazzi dobbiamo compiere lo sforzo di metterci nei loro panni, di entrare in empatia con loro cercando di sentire dentro di noi il messaggio e le emozioni che loro ci vogliono comunicare. Per realizzare ciò dobbiamo essere veramente aperti e far entrare dentro di noi i loro messaggi, i loro bisogni, i loro sentimenti. In questo senso, l’adulto deve essere disponibile a sentire dentro di sé l’esperienza del bambino al fine di entrare in una relazione profonda con lui, in modo autentico.

Se riusciamo a stabilire il contatto e ad entrare in sintonia con il mondo emotivo dei bambini e dei nostri ragazzi possono emergere prospettive nuove e possiamo scoprire alcuni aspetti delle realtà infantili e adolescenziali che prima tendevano a sfuggirci. Questo atteggiamento, se ben realizzato, è foriero di tutte quelle risposte che si vorrebbero ottenere dall’esterno (pareri di esperti) riguardo a comportamenti “corretti”, o ritenuti tali, da mettere in atto con i bambini. Inoltre, questo “modo di fare” può introdurci alla soluzione dei problemi in modo creativo.

B.Bettelheim è dell’opinione che “… il compito più importante per noi adulti è imparare ad intuire con il sentimento il senso che possono avere le cose per il bambino e comportarsi di conseguenza …” (9).

In sostanza, porci con disponibilità può aiutare i nostri ragazzi ad esprimersi meglio e ad aprirsi poiché sentono che non saranno giudicati, né criticati, non saranno minacciati, né umiliati, né presi in giro, né distratti da loro stessi e dalle loro emozioni. L’essere ascoltati favorisce in tutti noi l’accettazione di se stessi per come siamo, facilita l’espressione dei sentimenti, favorisce la conversazione e la risoluzione dei problemi, aumenta l’autostima e la comprensione reciproca e permette di esprimere ed esperire l’affetto, l’amore, il rispetto.

Un adulto che sa ascoltare ha acquisito la capacità di entrare in empatia ed è capace di mettersi in sintonia con i bisogni dei bambini e dei ragazzi; se il suo atteggiamento è caratterizzato da questa disponibilità, i bambini e i ragazzi potranno sentirsi incoraggiati a riconoscere e ad esprimere chiaramente e in modo libero e diretto sentimenti ed emozioni senza provare vergogne, né paura di essere giudicati male o rimproverati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

(1) Rogers C.R., La terapia centrata sul cliente, 1951, Martinelli, Firenze 1970;

Gordon T., Insegnanti efficaci, 1974, Giunti e Lisciani, Firenze 1991;

Lumbelli L., Psicologia dell’educazione - comunicare a scuola, Il Mulino, BO 1982;

Lumbelli L., Per una stimolazione intensiva della metacomprensione, in C. Pontecorvo (a cura di), La condivisione della conoscenza –La Nuova Italia, Firenze 1993.

(2) Lewin K., Lippitt R., White R.K.; Patterns of aggressive behavior in     experimentally created “Social Climates” in “Journal of Social Psychology”, X (1939) pp. 271-299;

White R. K., Lippitt R.; Authocrazy and democracy, Harmer,New York, 1960.

(3) Freud S., Il problema economico del masochismo (1924) in Opere, Boringhieri, Torino 1978 Vol. X;

Foidure E., Premi e castighi nell’educazione giovanile (1949) SEI Torino 1963.

(4) Lowen A., Il linguaggio del corpo (1958), Feltrinelli, Milano, 1978;

Lowen A., Bioenergetica (1975), Feltrinelli, Milano, 1983.

(5) Piaget J., La formazione del simbolo nel bambino (1945),La Nuova Italia, FI 1972;

Piaget J., La psicologia del bambino (1966), Einaudi, Torino, 1970;

Piaget J., Les théories de l’imitation, Cah. Pédag. Exp. Psychol. Enfant 1935 N.6

(6) Gordon T., Insegnanti efficaci (1974), Giunti e Lisciani, Firenze 1991;

Boadella D., Liss J., La psicoterapia del corpo, Astrolabio Ubaldini Roma 1986;

Liss J., La comunicazione ecologica,La Meridiana, Molfetta, 1992.

(7) Dupont P., La dinamica della classe (1982), Armando, Roma 1984.

(8) Rogers C.R.; La terapia centrata sul cliente (1951), Martinelli FI 1970.

(9) Bettelheim B., Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, Milano 1988 p. 28.

 

ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA “EDUCARE PER”

 RIVISTA E ORGANO UFFICIALE DELL’A.N.E.P.

ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI EDUCAZIONE PRENATALE

N. 1 anno 2001

 

 

 

PROFILO BREVE DELL’AUTORE

            Dopo aver conseguito la laurea in Psicologia (indirizzo applicativo), presto servizio presso il Centro di Salute Mentale della ASL di Priverno (LT) ricoprendo sia le funzioni di psicologo dipendente convenzionato che le mansioni di psicoterapeuta.

Allo scopo di continuare la mia crescita personale e professionale decido li lasciare l’incarico lavorativo alla ASL e mi stabilizzo a Roma dove inizio la collaborazione con una cattedra universitaria, nel frattempo continuo ad esercitare la professione e mi specializzo, dopo aver conseguito vari Perfezionamenti e Specializzazioni a carattere accademico, prima in Medicina Psicosomatica (specializzazione quadriennale) poi in Analisi Bioenergetica (specializzazione quadriennale aut. MIUR).

Tra il conseguimento della prima e la seconda specializzazione realizzo un mio antico desiderio: quello di intraprendere l’insegnamento presso Scuole Superiori avendo superato le prove del Concorso in Igiene Mentale e Psichiatria infantile e le prove del Concorso in Psicologia sociale.

Inizio la mia collaborazione con l’Istituto di Analisi Bioenergetica Italiano (IABI) assumendo incarichi di docenza.

Mi specializzo ulteriormente in Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia e dell’Adolescenza conseguendo il Diploma Accademico di Alta Formazione presso il Centro di Psicoterapia Psicoanalitica  dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Roma (Scuola di Specializzazione Aut. MIUR).

Vivo a Priverno, lavoro a Sezze come docente ISISS ed esercito la professione di psicologo-psicoterapeuta a Priverno e a Latina.

                                                                                   Alfredo Ferrajoli

    [email protected]

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