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Autore: Dott. Alfredo Ferrajoli

Pubblicazione sulla Rivista nazionale denominata: La Professione di Psicologo

Anno IV° N. 1 Gennaio 1997

 

La formazione degli insegnanti e degli studenti

A quando lo psicologo dell’educazione?

 

Ho letto con attenzione il contributo della collega Giancarla Tisselli apparso sul N. 5/96 de “La Professione di Psicologo”. Subito ho avvertito, chiara, una sensazione di soddisfazione. Leggendo il titolo – “La scuola ha bisogno di psicologia” – mi sono detto: “Finalmente!, era ora che qualcuno si ricordasse della scuola, che iniziasse a riferire l’enorme, indicibile, disagio in cui essa versa!”,

E’ più di un decennio che lavoro nella scuola superiore come docente, prima di allora ho prestato servizio come psicologo in una ASL, ricoprendo anche mansioni di psicoterapeuta. Durante quest’ultimo periodo, in modo graduale, sono venuto maturando le mie opinioni in merito a questa situazione incresciosa della scuola e al ruolo che potrebbe avere la psicologia. Il contributo della collega mi ha permesso di riflettere su alcuni temi che riporto, per brevità, in forma schematica:

  1. Non esiste a tutt’oggi un servizio psicologico per la scuola, né per le istituzioni educative. “La scuola italiana ha bisogno di psicologia” come afferma perentoriamente il contributo citato, ha bisogno di psicologi che lavorino in ambito scolastico, basti pensare che, come riferisce Giancarla Tisselli, siamo l’unica nazione d’Europa la cui legislazione scolastica non preveda la figura dello psicologo scolastico o dell’educazione (ciò dimostra la miopia e le responsabilità dei nostri organi istituzionali) mentre tutti noi sappiamo, addetti ai lavori e non, quanto invece possa essere importante sia per gli insegnanti che per gli alunni, per i genitori e per tutta la comunità scolastica la presenza di questa figura professionale per offrire la sua ricchezza e il suo contributo sia per gli aspetti legati alla prevenzione (per accorgersi in tempo delle situazioni a rischio) che per gli interventi mirati ad incidere sulle forme di malessere e disagio a tutela della salute e del benessere psico-fisico delle giovani generazioni. Ha ragione la collega a sottolineare che la scuola è il luogo più adeguato per iniziare interventi psicologici, è da essa che infatti che passano tutti i giovani della nazione; a titolo esemplificativo basti pensare che, secondo i dati in possesso del Provveditorato agli Studi di Roma, la popolazione studentesca di questa provincia conta comp0lessivamente oltre seicentomila alunni.

  2. Nella realtà delle scuole superiori la mancanza di strumenti formativi di derivazione psicologica da parte degli insegnanti non permette loro di operare in sintonia con il mondo emotivo dei giovani. Questo aspetto il più delle volte è volutamente trascurato dai docenti e contribuisce a creare incomprensioni e attriti che finiscono per “stancare” gli studenti esponendoli al rischio di forme di disagio anche importanti, sempre più varie e preoccupanti. Di ciò sono consapevoli solo una minoranza dei docenti, mentre gli altri fanno fatica ad accettare questo stato di cose. Non esiste, poi, nella scuola media inferiore e superiore – per gli insegnamenti curricolari – la possibilità di svolgere tirocini o corsi post-laurea tali da consentire l’acquisizione e la maturazione di quelle capacità professionali che sappiano realmente considerare anche le istanze e i bisogni formativi del mondo giovanile. Gli insegnanti di queste scuole, molto spesso, sono nominati “professori” senza aver mai messo piede, prima di allora, in un’aula (se non come alunni ani addietro). Tutti noi invece conosciamo l’enorme complessità che può essere presente all’interno di una classe scolastica. “Ci sono professori che non hanno mai aperto un libro di psicologia e non basta una laurea per poter insegnare” affermava Vittorio Rodi su “Il Messaggero” del 26 settembre scorso. Ci sono insegnanti di scuola superiore - aggiungo io – che neanche quel titolo di studio posseggono e alle cui materie è dato anche spazio nella scansione oraria per la formazione (o l’addestramento?) degli alunni. Umberto Galimberti in uno splendido articolo apparso il 17 maggio “96 su “Repubblica” afferma ciò dicendo che la scuola italiano è “una scuola senz’anima” . Ecco allora che sarebbe giunto il momento che la scuola cominciasse ad avere consapevolezza di sé e a provvedere alla costituzione di una sua anima, che fosse sensibile e attenta ai bisogni, alle aspettative, alle urgenze dei giovani, che sapesse ascoltarli e considerarli anche nella loro totalità e complessità di persone oltre che come alunni da valutare. Per i giovani che la frequentano essa dovrebbe assumere la connotazione di punto centrale di riferimento rispetto alle loro attese e alle loro domande. Essa potrebbe diventare così il “loro mondo”. Una scuola consapevole di queste potenzialità dovrebbe sviluppare la capacità di offrire risorse e spazi per riflettere su di sé e per trovare, insieme, delle strade da percorrere anche per aiutare una generazione – come afferma Geminello Alvi su “Repubblica” del 25 novembre “96 – “di malcelati adolescenti, snervati dalla scuola insulsa”: Molti insegnanti continuano a credere che considerare le problematiche giovanili vada oltre il loro compito; d’altra parte, tutti sappiamo che nella loro formazione universitaria e professionale, non è dato spazio – salvo pochi insegnamenti e in alcuni insignificanti accenni forniti in qualche corso di aggiornamento – nessun tipo di conoscenza della psicologia e ciò è paradossale e impensabile se si considera l’importanza e il ruolo formativo a cui è chiamata la scuola.

  3. L’insegnamento della psicologia non è previsto né dagli ordinamenti della scuola media inferiore da quelli della scuola superiore. E’ presente, come disciplina a sé stante solo in poche scuole superiori ma lo spazio ad esso assegnato nella scansione degli orari di lezione è scandalosamente esiguo. Eppure siamo consapevoli – anche questa volta, addetti ai lavori e non – di quanta importanza può avere per la formazione dei giovani adolescenti la conoscenza e lo studio della nostra disciplina. I giovani di questa età sono alla ricerca di sé e della loro individualità, hanno “fame di psicologia” e sono molto interessati ad essa anche perché è una delle poche materie che può dare l’opportunità di “cercare” e “cercarsi dentro”, di fornire loro delle risposte a domande che sono tipiche dell’età.

  4. In un recente convegno promosso dall’Ordine degli Psicologi del Lazio dal titolo “Psicologia e contesti educativi alle soglie del 2000” si ebbe l’occasione di approfondire l’argomento arrivando a stabilire alcuni punti fermi e irrinunciabili tra cui “l’inserimento urgente nel modo della scuola dello psicologo dell’educazione”. Si sostenne inoltre che l’Ordine avrebbe agito affinché questa esigenza della scuola fosse riconosciuta e concesso agli psicologi di operare in questa realtà per offrite il loro contributo. A tutt’oggi di quel convegno conservo significativi ricordi, ma quando, mi chiedo – e chiedo – sarà possibile realizzare quei propositi?