Crea sito

Autori:

Alfredo Ferrajoli  Psicoterapeuta – Docente Igiene Mentale e Psichiatria In. Ist. Professionale Superiore;

Donata Francescato – Professore Ordinario Psicologia di Comunità, Facoltà di Psicologia I, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

 

 

L’AMICIZIA

E’ CAPACE DI AMICIZIA LA NOSTRA CIVILTA’?

 

Articolo pubblicato sulla Rivista “Attualità in Psicologia”

Trimestrale di Studi ed Esperienze di Psicologia, Psichiatria, Neuropsichiatria

Vol. 4 n. 3 (Luglio, agosto, settembre 1989)

E.U.R. Edizioni Universitarie Romane

 

 

 

ABSTRACT

 

This work is divided in two basic parts: the first, theoretics-compilative, concern the friendship of point of view interpersonal relations of our contemporary civilty, founded on the competition and distinguished to the alienation and aggressivity; the second, is on the contrary a experimental research achieved on 120 males of a small city with a statistics-anthropological formulation to already consolidated relations.

In this work conclude itself who friendship in the contemporary society is discouraged to the socil norms who characterize the civil live.

 

 

 

“ … Crediamo che si debba ricercare l’amicizia non per la speranza dio ricavarne un guadagno, ma perché ogni frutto dell’amicizia è nel semplice fatto di amare …” (Cicerone, 1)

 

 

Il presente lavoro si dividerà in due parti fondamentali: una, la prima, tratterà il sentimento amicale come elemento appartenente alla radice umana, sentimento di gran lunga importanza per interazioni sane, reciproche e paritarie; l’altra, la seconda, costituirà una vera e propriaricerca sperimentale effettuata in Priverno, un paese del sud pontino.

L’esposizione teorico-compilativa dcella prima parte di questo lavoro nasce dall’interesse di esprimere una critica sempre attenta ed obiettiva alle nostre moderne civiltà della competizione che, caratterizzate come sono dal caos materiale edalla confusioije psicologica si presentano come schemi di vita altamente alienanti e depersonalizzanti in cui i contatti interpersonali sono quasi sempre competitivi e quasi mai cooperanti, quasi sempre egoistici e quasi mai altruistici, spesso disumani e raramente umani ed elettivi. In questo contesto sociale era ovvio che il sentimento d’amicizia si rivelasse perverso e corrotto.

In questa prospettiva, in accordo con le conclusioni di R. Shuter (2), si asserisce che i valori culturali determinano in larga parte il funzionamento dei gruppi e dei loro componenti.

La seconda parte invece, come già detto, vuole essere un contributo sperimentale per la conoscenza dell’argomento, teso ad indagare il sentimento amicale in una prospettiva socio-antropologica in rapporti già consolidati che verrà riferita nel prossimo numero.

 

Definizione preliminare

 

L’amicizia è certamente un sentimento complesso, sfuggente e scarsamente misurabile; non a caso ha avuto poca attenzione negli studi psicologici e le scienze umane si sono tenute lontane da questo sentimento che somiglia all’amore ma che non è amore, che somiglia alla solidarietà ma non è solidarietà e così via.

Allora cos’è questa amicizia?

E’ certamente un sentimento molto fluido, di natura acontrattuale, molto vario e in parte non aggredibile con mezzi speculativi e cercare di dare una definizione dell’amicizia che soddisfi la spiegazione dell’argomento, in termini univoci, ci sembra molto poco attendibile poiché non terrebbe nel dovuto conto definizioni di sentimenti amicali sperimentati e vissuti in tutte le età di ciascun individuo.

A quindici o venti anni si ha infatti dell’amicizia un’idea esigente; a quaranta si chiamano amicizie le abitudini di compagnia credendo intimi rapporti che non lo sono.

Per definire l’argomento comunque ci serviremo di riferimenti di Autori che si sono interessati del tema o ne hanno compiuto un’analisi nel contesto dei rapporti interpersonali.

Una definizione molto esaustiva dell’amicizia ce la fornisce Vincenzo Padiglione; è una definizione che si attiene molto all’alto e intenso spirito che pervade ogni vero rapporto di amicizia.

Essa è definita come “ … un modello di relazione volontaria, affettiva e tendenzialmente stabile, sopra ed extra parentale, tra individui che considerandosi tra loro distinti ma pari accettano, senza ulteriori fini, se non il piacere derivante dallo stare insieme, di interagire frequentemente e di comunicare ad alto livello di confidenza. Alla base vi sarebbero momenti di reciprocità simmetrica che non prevedono l’instaurazione di rapporti di dominio-sottomissione ma che anzi si pongono come alternativa all’instaurazione di relazioni burocratico-gerarchiche …direttamente connesse con l’amicizia troviamo potenziate l’identità e l’autonomia persona le dei soggetti …” (3).

Con questa definizione si vuole far notare come nella società competitiva occidentale tali comportamenti siano per nulla incoraggiati, anzi gli atteggiamenti cooperanti, alla base dei sentimenti amicali, tenderebbero ad essere visti come non funzionali al sistema produttivo basato, al contrario, su valori prettamente competitivi.

Peraltro, continui sono stati gli sforzi nella storia del pensiero filosofico ed economico di immaginarsi concretamente il passaggio da rapporti imposti e asimmetrici a relazioni sane, reciproche e paritarie (4, 5).

 

Cenni storici

 

Negli imperi commerciali e schiavisti della Grecia antica e di Roma, l’amicizia assurge a valore fondamentale, superiore alla parentela. Nei testi classici del tempo, riferendosi ad un vincolo parentale, si vede quest’ultimo come frutto di legami naturalmente imposti e quindi con un “non vincolo scelto” non intenzionalmente voluto e non liberamente desiderato.

Cicerone ce ne espone il concetto nel suo “De Amicizia”: “ … tra parenti, è la natura stessa che genera l’affetto … in verità l’amicizia è superiore alla parentela …”.

L’opinione della superiorità affettiva del sentimento amicale su quello parentale tocca certamente il più alto livello di solidarietà e amore umani: con l’amico si può stabilire un alto grado di confidenza emotiva, col parente consanguineo detti livelli di apertura sono a volte, e nella maggioranza dei casi, preclusi a causa della tangibile e pronunciata gerarchia dei ruoli operanti in qualsiasi forma di parentela.

A dar forma alle relazioni di amicizia nell’epoca della feudalità sarà invece la rete di vincoli di dipendenza e fedeltà personali intessuta dal vassallaggio e dal servaggio. Mentre per il secondo non era previsto alcun rapporto di amicizia – al servo non si riconosceva una personalità né tanto meno una libertà – il vassallaggio costituiva invece un legame tra strati dominanti considerato elettivo e volontario a cui poneva fine la morte di un contraente. Di fatto l’omaggio che il vassallo prestava al signore instaurava un rapporto asimmetrico di potere-dipendenza. La tanto esaltata generosa amicizia che avrebbe dovuto unirli tendeva a nascondere una storia reale di conflitti, di prepotenze e di ribellioni.

È quindi certo che norme solidali, reciproche e paritarie mascherassero di fatto sentimenti di non reciproca e paritaria solidarietà: rapporti verticali caratterizzano la sostanza di questa affettività perversa dove il vassallo e il servo rimangono per sempre incastonati nei loro ruoli di dipendenze istituzionalmente ascritti. Solo i maschi, peraltro, potevano essere soggetti dell’amicizia, scriveva Jeremy Taylor (1913) nel suo “Discorso sull’amicizia”, alle donne non era dato di assumere questo sentimento poiché considerate troppo infantili e meschinamente gelose e invidiose (6).

Con l’industrializzazione capitalistica la dilatazione dei valori di scambio equipara a merce l’operaio, assoggetta tutti i rapporti interumani a relazioni tra cose, fa dell’amicizia un rapporto di guadagno e semina ovunque confusioni e paure. Siamo alla nascita de “l’uomo forte”, de “l’uomo che compete” – fondamentalmente – di un “nuovo uomo economico” e un “nuovo modo di essere uomo” in cui “amicizia e amore” sono dei puri e semplici mezzi; possiamo dire che anche i questa epoca storica il senso dell’amicizia è stato barattato nello strumento per ottenere.

 

Il sentimento amicale nell’attualità

 

Cominciano ad emergere al primo ma compiuto stadio del capitalismo delle contraddizioni tra il sentimento affettivo e solidale caratterizzante la calda e rassicurante atmosfera familiare e il modello competitivo imposto e imperante al di fuori delle mura di casa. È come se la famiglia inconsciamente cercasse di resistere all’ideologia de “l’avere” (nell’accezione di Erich Fromm, 7) trincerandosi e chiudendosi nel caldo tepore del focolare, lasciando al di fuori un mondo pazzo, intriso di demenze sado-masochistiche e pieno di belve feroci.

È in questo senso che possiamo parlare del modello capitalistico caratterizzato da una “ … dicotomia di valori … cioè di due sistemi di valori cui l’individuo deve adeguarsi, l’uno valido nella sfera pubblica, l’altro nella sfera privata. Nel primo dominano valori prettamente “produttivistici”, funzionali cioè al sistema, quali aggressività spirito di competizione, efficienza, status; nel secondo prevalgono i valori cosiddetti “umani”: cooperazione, sensibilità verso i bisogni altrui, ecc, tutti elementi che vengono messi ai margini nell’ambito della sfera pubblica.

Coloro che non riescono a far convivere all’interno di sé questo doppio standard sono esposti al senso di disagio, di inquietudine, di equivalenza che la presenza di tale dicotomia tende a provocare …” (8).

Da questo quadro sociale l’amicizia ne esce alquanto ridimensionata: diminuiscono gli amici, aumentano i conoscenti con i quali non si coopera ma si compete, non si è solidali ma si è aggressivi.

Nella nostra civiltà la vera natura dell’amicizia è stata contrabbandata e stravolta nel suo significato più profondo, venendo ad assumere toni di convenienza personale e di insulsa praticità materiale essendo fatta derivare più dal calcolo dell’utilità che dall’amore intenso di rapporti umani.

L’amico è tale se può aiutarci in qualche cosa, è apprezzato se in lui c’è qualcosa da guadagnare, è cercato se conviene. È certo vero che “ …cerchiamo di massimizzare nelle nostre relazioni … i ricavi … e di ottenere quanto di meglio sia offerto dalla situazione … Stimeremo i ricavi che potremo ottenere dal parlare ad A, a B o a C … passeremo poi ad una stima dei costi che bisogna pagare per i interagire con ciascuno di costoro … valutiamo non solo i ricavi offerti dalla compagnia di qualcuno, ma anche i relativi costi e contrapponiamo gli uni agli altri …” (9).

Questi fattori, responsabili dell’attrazione interpersonale e dell’amicizia, operano quotidianamente nel comportamento.

Per Judy Gahagan, l’altro – amico o non – viene scelto nella nostra civiltà per la quantità di gratificazioni che arreca previa visione del costo imposto per associarsi a lui.

Ella propone una psicologia dell’attrazione interpersonale come “teoria dello scambio”: l’insieme delle interazioni viene considerato un mercato sociale nel quale l’individuo si sofferma e sceglie per ricavare il massimo profitto; ci comportiamo secondo ruoli prestabiliti e siamo i venditori di noi stessi. Gli amici quindi andrebbero scelti in base alla loro competenza sociale e al loro status. L’amicizia non è più data e ricevuta in funzione solidale e umana ma in funzione pratica di convenienza materiale.

In una civiltà dove il concetto di valore di scambio è allargato e applicato a tutte le cose non poteva l’amicizia escludersi da questa violenta generalizzazione. Nasce in tal modo la classificazione degli amici in base al livello di desiderabilità economico-sociale: c’è l’amico “migliore” (per convenienza materiale), il “migliore” subito dopo e così via fino al più antipatico.

“ … Assorbito da un ingranaggio mostruoso l’uomo moderno è preda di un’ansietà diffusa e snervante, talmente generalizzata che psichiatri e sociologi hanno potuto considerarla come una delle caratteristiche della nostra civiltà tecnologica battezzandola col nome di “nevrosi culturale” (si veda anche 10, 11). Essa ha per corollario un altro tratto distintivo della nostra epoca: il conformismo.

Per sfuggire alla solitudine e alla propria angoscia … l’individuo cerca di rendersi del tutto simile agli altri; essere come tutti, pensare ed agire come tutti. Rinunciando alla sua autonomia ed alla sua individualità, egli si ritrova più dipendente, più impotente, più insicuro che mai …” (12).

Da lunghi studi Erich Fromm ci parla di una nuova forma di autorità, non più personale ed esplicita, ma anonima, invisibile ed impersonale costituita da quello che si ritiene che gli altri facciano, pensino, sentano. Questo fenomeno è denominato da Fromm autorità anonima che agirebbe attraverso il conformismo: anche se  “ … non c’è nessuno che ordini … tutti ci conformiamo come o più di quanto non si farebbe in una società fortemente autoritaria …” (13).

Come ammonisce Eraldo De Grada l’autorità anonima “ … proprio perché anonima e invisibile non viene vissuta come istanza autoritaria: il parallelo indebolimento dell’autorità manifesta è così scambiato per un aumento della libertà individuale …” (13).

D’altra parte questo “esistere” dell’autorità anonima è un effetto dell’alienazione in ogni momento del vivere civile: l’alienazione nel lavoro, nel consumo e nei rapporti umani che l’uomo moderno tende sempre più a sottovalutare.

Afferrato dal ritmo spossante delle città, in mezzo al rumore e all’agitazione, l’uomo moderno conduce un’esistenza senza riposo, senza gioia e, in fin dei conti, assurda.

Il Roberti peraltro aveva previsto bene nei primi anni del secolo scorso quando profetizzò lucidamente che “ …non è sì rado ad avvenire che in mezzo al soverchio del lusso venga meno il vero necessario all’ordinata vita …” (14).

Albert Schweitzer che “ … nella sua indagine sulla decadenza e la rinascita della civiltà, considera l’uomo moderno privo di libertà, incompleto, incapace di concentrazione, patologicamente dipendente e “assolutamente passivo” …” (7), quando nel 1952 si recò a Oslo per ricevere il premio Nobel per la pace “ … esortò il mondo a osar di guardare in faccia la realtà … L’uomo è diventato un superuomo … Ma il superuomo col suo sovrumano potere non è pervenuto al livello di una sovrumana razionalità. Più il suo potere cresce e più egli diventa anzi un pover’uomo … Le nostre coscienze non possono non essere scosse dalla constatazione che, più cresciamo e diventiamo superuomini e più siamo disumani …” (7).

Le nostre moderne civiltà hanno favorito lo sviluppo del sentimento dell’invidia come stimolo alla concorrenza e al successo strumentalizzando anche i sentimenti e i bisogni più interiori “ … le condizioni sociali moderne sono così deviate ed assurde che solo una persona assurda vi si può trovare a suo agio …” (15).

“ … Di tutte le società contemporanee quella che dà meno importanza all’amicizia e all’amore è la società americana … e le scienze umane e sociali dovrebbero risolvere i problemi sono state influenzate, avvelenate dalla logica del mercato e delle organizzazioni. La cultura americana non riesce, in realtà, ad andare al di là dell’economia qualunque sforzo faccia …” (16).

 

Il sentimento amicale tra etologia, psicoanalisi e sociologia: cenni

 

La concezione della natura umana, delle origini della socialità e della amicizia espresse da etologi comparati come Lorenz sembra contrastare nettamente con le nostre asserzioni.

Centrale, per capire la produzione lorenziana, è il concetto che egli esprime sull’aggressività-competitività definendola una pulsione organica innata, fondamentale “ … strumento per l’organizzazione di tutti gli esseri per la conservazione dei sistemi e della vita …” (17).

Ma, come precisa giustamente Erich Fromm nel suo “Anatomia della distruttività umana”, in verità, l’aggressività è una tendenza maligna e sadica per nulla adattiva.

Nonostante il pressoché unanime consenso che anche da settori progressisti hanno ricevuto le tesi di Lorenz, non sono mancate dure voci di critica che sono giunte a qualificarlo come sentinella dello status quo o come “comparatore selvaggio” per volere a tutti i costi pretendere di generalizzare e antropomorfizzare conclusioni ricavate dal comportamento degli animali.

Conclusioni alquanto radicali come quelle di Lorenz per cui non esisterebbe nell’uomo un innato senso di amicizia e di solidarietà ma solamente un’aggressività semre manifesta e mai celata, erano già state delineate nel corso della scienza.

Tanto per citare un esempio possiamo rammentare Freud ovvero il lontano fondatore della psicoanalisi che non spingendosi fino alle conclusioni lorenziane ci pare ammetta, seppure in forma alquanto secondaria, un minimo di “amore” nella nostra natura umana.

La stessa contrapposizione tra pulsione di vita e pulsione di morte è testimonianza, infatti, che l’ipotesi dell’amore, è presente nel sistema freudiano.

Amore che però Freud intende nel suo lato più sessuale vedendo nell’amicizia soltanto la conseguenza di un amore sessuale inibito nella meta e quindi sublimato. L’amicizia sarebbe quindi per Freud la forma etica dell’eros.

“ … L’amore genitale conduce alla formazione di nuove famiglie, l’amore inibito nella meta alle ‘amicizie’ … “ (18).

Al pansessualismo freudiano si opporrà con decisione Erich Fromm che considererà nel suo “L’arte d’amare”, un errore quello di Freud “ …. Di vedere nell’amore (amicale) esclusivamente l’espressione – o la sublimazione – dell’istinto sessuale ….” (19).

Tali concetti egli riferirà ancora in “Avere o Essere?” (7) “ … negli esseri umani sono all’opera entrambe le tendenze: quella ad avere, a possedere … e quella ad essere, a condividere, a dare, a sacrificarsi … Da queste due aspirazioni contraddittorie deriva che a decidere quale delle due avrà il predominio è la struttura sociale con i suoi valori e le sue norme …” (7) che influenzano, condizionano e, in parte, determinano l’orientamento comportamentale in riferimento a questo importante e particolare sentimento umano quale è l’amicizia. Da notare che ciò è in accordo con le conclusioni su riportate alle quali è giunto Robert Shuter (2).

 

BIBLIOGRAFIA

(parte teorico-compilativa)

 

  1. Cicerone M.T.: Della vecchiezza, dell’amicizia, Zanichelli, Bologna 1966;
  2. Shuter R.: Cross-cultural small group research: a review, an analysis and a theory; International Journal of intercultural relations. Vol. 1 (1): 90-104, 1977;
  3. Padiglione V.: L’amicizia; Savelli, Roma 1978;
  4. Marx K.: Storia delle dottrine economiche; Einaudi, Torino 1954;
  5. Marx K.: Il Capitale Libro I, Editori Riuniti, Roma 1973;
  6. Taylor J.: A discourse on friendship; Ceder Rapids, IA, Tourch Press 1913;
  7. Fromm E.: Avere o Essere?; Mondatori Milano 1977;
  8. Francescato D. e G.: Famiglie aperte: la comune; Feltrinelli, Milano 1977;
  9. Gahagan J.: Comportamento interpersonale e di gruppo; Zanichelli, Bologna 1977;
  10. Ferrajoli A.: A proposito di psicoimmunologia; Attual. In Psicol. 1987, Vol. 2 n. 4  pp. 61-64;
  11. Ferrajoli A.: Neoplasie: un’interpretazione psicosomatica sulla traccia  delle recenti ricerche; Prospettive in Psicologia 1989, Anno 5 N. 1, pp. 7-10;
  12. Reymond-Rivier: Lo sviluppo sociale del bambino e dell’adolescente,La Nuova Italia, Firenze 1976;
  13. De Grada E.: Introduzione alla psicologia sociale; Bulzoni, Roma 1972;
  14. Valmaggi L.: I cicisbei: contributo alla storia del costume italiano nel secolo XIII, Chiantore, Torino 1927;
  15. Wolf M e Volpe L.: Lorenz Il magnifico. Il Venerdì di Repubblica 15.12.1988, pp.8-21;
  16. Alberoni F.: L’amicizia, Garzanti 1984;
  17. Lorenz K.: Il cosiddetto male; Garzanti, Milano 1974;
  18. Freud S.: Psicopatologia delle masse e analisi dell’Io, in Freud S.: Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino 1975;
  19. Fromm E.: L’arte d’amare; Il Saggiatore, Milano 1977.

 

 

 

Autori:

Alfredo Ferrajoli  Psicoterapeuta – Docente Igiene Mentale e Psichiatria In. Ist. Professionale Superiore;

Donata Francescato – Professore Ordinario Psicologia di Comunità, Facoltà di Psicologia I, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

 

 

L’AMICIZIA

E’ CAPACE DI AMICIZIA LA NOSTRA CIVILTA’?

 

Articolo pubblicato sulla Rivista “Attualità in Psicologia”

Trimestrale di Studi ed Esperienze di Psicologia, Psichiatria, Neuropsichiatria

Vol. 4 n. 3 (Luglio, agosto, settembre 1989)

E.U.R. Edizioni Universitarie Romane

 

 

 

ABSTRACT

 

This work is divided in two basic parts: the first, theoretics-compilative, concern the friendship of point of view interpersonal relations of our contemporary civilty, founded on the competition and distinguished to the alienation and aggressivity; the second, is on the contrary a experimental research achieved on 120 males of a small city with a statistics-anthropological formulation to already consolidated relations.

In this work conclude itself who friendship in the contemporary society is discouraged to the socil norms who characterize the civil live.

Edit


contatore di visite

Benvenuto, usa la navigazione avanzata per esplorare ogni pagina